Udinese, notte fonda: il Lecce passa 3-0. Per Runjaic è tempo di riflessioni
Quinta sconfitta consecutiva sotto la guida del tecnico tedesco. Il malcontento della tifoseria cresce: su TV12 il 93% dei votanti si è espresso contro la sua permanenza. Prestazione deludente, poche idee e una squadra che sembra aver smarrito fiducia e identità.
UDINE – Il Bluenergy Stadium si trasforma ancora una volta nel teatro di una delusione. L’Udinese cede per 0-3 al Lecce, incassa la quinta sconfitta consecutiva e alimenta interrogativi sempre più pressanti sulla conduzione tecnica di Kosta Runjaic. Una battuta d’arresto che non può essere archiviata come un semplice incidente di percorso, perché a preoccupare non è soltanto il risultato, ma soprattutto il modo in cui è maturato.
Il dato emerso dal sondaggio di TV12 è eloquente: circa il 93% dei tifosi si è dichiarato contrario alla permanenza dell’allenatore, contro appena il 7% favorevole. Un risultato che, pur non rappresentando necessariamente il pensiero dell’intera tifoseria, costituisce un segnale significativo del malessere che circonda la squadra.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: la società intende ascoltare questo disagio oppure proseguire lungo una strada che, almeno per ora, non sta producendo i risultati sperati?
Una squadra senza carattere, gioco e convinzione
I primi venti minuti della gara contro il Lecce hanno offerto un’immagine preoccupante dell’Udinese: avversari padroni del campo e friulani praticamente invisibili. Una partenza del genere è difficilmente giustificabile per una squadra che, secondo alcune valutazioni, dovrebbe disporre di qualità tecniche e potenzialità complessive superiori a quelle dell’avversaria.
Il campo, tuttavia, racconta un’altra realtà.
Sono mancati il carattere, l’aggressività, la solidarietà tra compagni e quella determinazione che dovrebbe emergere soprattutto nei momenti difficili. Poca empatia, scarso altruismo e quasi nessuna reazione. Anche il cosiddetto tiki-taka, inteso come capacità di gestire il pallone attraverso passaggi rapidi, movimenti coordinati e ricerca degli spazi, sembra lontano dalle possibilità attuali della squadra.
Undici giocatori non possono limitarsi a occupare altrettante posizioni sul terreno di gioco: devono muoversi in sintonia, riconoscere le situazioni e interpretare collettivamente le esigenze della partita. Quando manca questa armonia, anche le individualità migliori finiscono per perdere efficacia.
L’attacco, del resto, ha prodotto pochissimo. Le conclusioni verso la porta sono state rare e spesso imprecise, senza la necessaria convinzione. La difesa, dal canto suo, ha concesso troppo, lasciando agli avversari spazi e opportunità che una squadra di Serie A non dovrebbe permettere con tanta facilità.
Okoye, dopo Torino si riapre il caso portiere
Le perplessità non riguardano soltanto la partita di Udine. La precedente gara di Torino aveva già sollevato interrogativi sulla prestazione di Okoye, in particolare per due reti nelle quali il portiere, secondo la valutazione di chi scrive, avrebbe potuto fare meglio.
Anche dopo la sconfitta con il Lecce, la posizione dell’estremo difensore merita una valutazione approfondita. Gli errori individuali vanno esaminati con attenzione, ma senza perdere di vista il contesto: una difesa che protegge poco il proprio portiere finisce inevitabilmente per esporlo a maggiori rischi.
Ciò non esclude la necessità di valutare alternative e condizioni di forma. Significa, piuttosto, che le responsabilità devono essere distribuite correttamente, senza trasformare il portiere nel capro espiatorio di una crisi più ampia.
Ekkelenkamp, l’impegno non basta
Tra le poche note positive continua a distinguersi Ekkelenkamp, al quale va riconosciuto l’impegno profuso anche in una situazione sportivamente difficile. La sua prestazione e il suo atteggiamento meritano apprezzamento, soprattutto in una squadra che sembra faticare a trovare continuità e convinzione.
Diverso il discorso per altri elementi, dai quali ci si attenderebbe un contributo maggiore. Anche il rendimento di giocatori come Alaba, al netto delle difficoltà di inserimento e della necessità di trovare una collocazione tattica adeguata, dovrà essere valutato con maggiore concretezza: la reputazione e le aspettative non possono sostituire ciò che si dimostra sul campo.
Il problema, comunque, non si risolve stilando una graduatoria dei singoli. Occorre capire perché tanti giocatori, anche dotati di qualità, non riescano a esprimersi al meglio all’interno dell’attuale organizzazione.
Infortuni e recuperi: occorre fare chiarezza
Un altro aspetto che merita attenzione riguarda la gestione degli infortuni. La frequenza delle assenze e le difficoltà nel recuperare alcuni elementi pongono interrogativi legittimi sull’organizzazione del lavoro e sui tempi di rientro.
Non è possibile attribuire responsabilità precise senza dati medici e informazioni verificabili. La società, tuttavia, dovrebbe fare chiarezza sulle condizioni degli indisponibili, sui programmi di recupero e sulle modalità con cui vengono valutate le possibilità di tornare in campo.
Un giocatore che rientra prima di aver recuperato pienamente rischia di perdere nuovamente la disponibilità della squadra. E quando gli indisponibili sono elementi importanti, il danno tecnico può diventare considerevole.
La gestione atletica e sanitaria, pertanto, deve essere oggetto di un esame serio, senza accuse preconcette ma anche senza rinunciare alle domande necessarie.
Runjaic, un progetto che non convince più?
Il nodo centrale rimane la conduzione tecnica. Runjaic appare sempre più in difficoltà nel trovare la soluzione ai problemi della squadra. Le scelte tattiche, la distribuzione dei ruoli e la composizione dell’undici titolare sono ormai oggetto di contestazione.
A preoccupare è soprattutto la sensazione che il tecnico fatichi a trasmettere le proprie idee e a ottenere risposte convincenti dai giocatori. È possibile che il gruppo abbia perso fiducia nel suo allenatore? È una domanda alla quale non si può rispondere con certezza dall’esterno, ma i segnali emersi nelle ultime partite impongono alla dirigenza di approfondire la questione.
Anche l’utilizzo di giocatori come Lovric e di altri elementi che potrebbero offrire soluzioni differenti alimenta il dibattito. Perché non sperimentare alternative quando l’assetto attuale non produce risultati? Perché insistere su determinate soluzioni se la squadra continua a mostrare le stesse lacune?
Un allenatore deve avere idee e convinzioni, ma deve anche saperle adattare alle caratteristiche dei giocatori e alle necessità del momento. La coerenza tattica è una qualità; l’ostinazione, quando non è accompagnata dai risultati, può trasformarsi in un limite.
La comunicazione è parte del mestiere
C’è poi una questione che riguarda il rapporto tra l’allenatore, la squadra e l’ambiente friulano: la comunicazione.
L’Udinese è una società italiana, inserita in una comunità che ha diritto di comprendere il proprio progetto sportivo e le ragioni delle scelte tecniche. La conoscenza della lingua italiana non è l’unico criterio per giudicare un allenatore, né può essere considerata da sola una misura della sua competenza. Tuttavia, dopo un periodo significativo di permanenza nel Paese, una comunicazione diretta ed efficace con il pubblico e con l’ambiente rappresenterebbe un valore aggiunto.
Non si tratta di pretendere dichiarazioni ad effetto o una presunta sincerità brutale. Marshall McLuhan, ne La sposa meccanica, invitava a riflettere criticamente sui meccanismi della comunicazione e sui messaggi che si nascondono dietro le forme apparentemente semplici del linguaggio. Il punto, applicato al calcio, è un altro: le parole devono servire a chiarire, non a mascherare i problemi.
E vale anche un antico ammonimento latino: Sibi non cavere et aliis consilium dare — non provvedere a se stessi e pretendere di consigliare gli altri è cosa stolta.
Nel calcio, come nella vita, le dichiarazioni hanno un valore limitato se non sono seguite dai fatti. E oggi i fatti, per l’Udinese, sono difficili da ignorare.
La società deve assumersi le proprie responsabilità
Confermare Runjaic nonostante la quinta sconfitta consecutiva e un dissenso così marcato nel sondaggio di TV12 è una scelta che spetta alla dirigenza. Ma è anche una scelta della quale la società deve assumersi pienamente la responsabilità.
Non si può invocare la pazienza all’infinito quando la squadra non offre segnali sufficienti di ripresa. D’altra parte, cambiare allenatore non garantisce automaticamente una soluzione: occorre individuare una guida capace di riorganizzare il gruppo, valorizzare le risorse disponibili e restituire alla squadra un’identità riconoscibile.
Se l’obiettivo è evitare di scivolare ulteriormente in classifica e compromettere la stagione, il momento per intervenire potrebbe essere proprio questo. Aspettare ancora, senza una chiara inversione di tendenza, rischia di rendere più difficile il recupero del terreno perduto.
La prossima sfida contro il Milan si presenta già complicata. In questo clima, le speranze di ottenere un risultato positivo non possono essere alimentate soltanto dall’ottimismo: servono una prestazione convincente, scelte coerenti e una squadra finalmente capace di reagire alle difficoltà.
Conclusioni: serve una svolta, senza cattiveria
Non c’è alcuna soddisfazione nel criticare l’allenatore o nel mettere in discussione il lavoro della società. Chi segue l’Udinese vorrebbe semplicemente riconoscere in campo una squadra combattiva, organizzata e consapevole delle proprie possibilità.
La delusione espressa anche da Ekkelenkamp dopo l’ennesima prestazione negativa conferma quanto sia difficile accettare un andamento simile. Ma la delusione, da sola, non basta: occorrono risposte concrete.
La società deve interrogarsi sulla conduzione tecnica, sulle scelte di formazione, sulla gestione degli infortuni e sulla capacità di mantenere un rapporto costruttivo con la tifoseria. Runjaic, dal canto suo, è chiamato a dimostrare che esistono ancora margini reali per invertire la rotta.
Se queste sono le novità e i progressi che avrebbero dovuto caratterizzare il suo lavoro, allora è legittimo chiedersi se il progetto stia davvero funzionando.
L’Udinese non ha bisogno di parole più lunghe, ma di fatti più convincenti. La classifica non aspetta, la fiducia dei tifosi si consuma e il tempo per rimediare non è illimitato.
È arrivato il momento delle decisioni. Senza rancore, senza pregiudizi, ma anche senza ulteriori rinvii.
Di Carmino Deotti